Il mio rito

Ogni volta che propongo ad alcuni amici una serata al cinema, trovo sempre le stesse obiezioni.

“Dai, stiamo a casa, ho Netflix e ci possiamo vedere qualunque film tu voglia senza spendere 10 euro e magari trovare un posto troppo vicino o troppo di lato…” In realtà sono anche obiezioni sensate. Ma come ripeto ogni volta, per me andare al cinema è un rito. Per alcuni è andare in chiesa la domenica, per me è questo.

Perdere qualche minuto su internet a scegliere che film andare a vedere, magari tra due o tre che ti interessano, pensando anche “Quale meriterebbe di essere visto su uno schermo grande? Sono in serata da film complesso o da film leggero?”;

calcolare distanze e tempistiche per raggiungere il cinema, perchè a volte cercare di vedere un film in un determinato orario implica anche rendersi conto che i parcheggi più vicini saranno pieni, che magari ci sarà la fila alla cassa,ecc..

prima di entrare nella sala del film, considerare che magari ti va uno snack e lì domandarsi: patatine o popcorn? Acqua o thè alla pesca?;

mettersi seduto al posto assegnato e sorbirsi le varie pubblicità prima della visione e solo alla fine qualche trailer, con la speranza che siano interessanti.

E solo allora il film. Si, non sei solo in sala ma insieme a tutti gli altri paganti… ma le luci spengono, il film comincia ed io mi scordo di tutto e tutti. MI scordo del mio mondo e mi immergo in mondi migliori, ed il mio cuore si allegerisce, oppure in mondi peggiori, e quando torno alla realtà mi sento meglio.

Quanto mi è mancato tutto questo in questi ultimi mesi…

Alla prossima!

A spasso per… il Lazio: Villa Lante (togliere un pò di polvere dagli abiti)

Stavolta salto il cappello introduttivo e mi limito a ringraziare A. che nonostante si trovasse in Germania mi ha dato l’idea per un posto del genere ^^

La parte storica però non la scampate (mi dispiace): il territorio di Bagnaia (dove si trova la villa) è sempre stato di proprietà ecclesiastica e nel 1498 il cardinale Raffaele Riario, nominato vescovo di Viterbo, diede inizio al parco chiudendo in un recinto una grande zona boscosa ed usarla come territorio di caccia per i suoi ospiti. Già nel 1505 lo cedette al nipote Ottaviano che continuò i lavori fino a trasformare il bosco per la caccia in un parco vero e proprio con la costruzione di un “casino di caccia”, la prima costruzione della fututra villa, un luogo dove passare del tempo insieme agli ospiti. Fu con il cardinale Gambara che si ebbe la trasformazione “finale” del parco in villa con quella fisionomia di residenza cinquecentesca che fu completata dal successore, il cardinale Montaldo. Passò quindi attraverso diversi proprietari fino alla famiglia Lante, che la conservò in perfette condizioni per altri 3 secoli. Alla fine la villa passò allo Stato Italiano.

Fontana dei Giganti

Subito dopo il cancello d’ingresso e dopo aver pagato l’ingresso al giardino, sono stato accolto dalla Fontana del Pegaso e da due scale da entrambi i lati della fontana che portavano verso il parco della villa, una enorme distesa verde con alberi e panchine che penso venga usato regolarmente dalla gente della città gratuitamente. L’ingresso al giardino di Villa Lante si trova subito dopo le scale sulla sinistra, e dopo aver mostrato il biglietto ai custodi all’ingresso ho potuto finalmente cominciare la mia visita.

Fontana del Quadrato o dei Mori

Il dislivello di circa 16 metri della collina dove si trova il giardino è stata modellato su 3 piani in modo tale da poter vedere più o meno tutto il giardino sia dal basso che dall’alto. Nonostante l’ingresso del giardino sia dal basso, tutto l’aspetto “metaforico” del giardino e delle sue fontane partono dall’alto fino al basso ed ogni fontana rappresenta un elemento naturale: l’ACQUA è la fontana del Diluvio e dei Delfini, la TERRA è la fontana dei GIganti, il FUOCO è la fontana dei Lumini e l’ARIA è la fontana del Quadrato. Anche la natura si modifica: si passa da una vegetazione più libera nella parte alta fino a delle siepi disposte geometricamente.

Fontana del Diluvio

Qualche informazione utile:

  1. Il giardino è aperto dal martedì alla domenica dalle 8:30 alle 19:30 ed il biglietto costa 5 euro (con agevolazioni 2 euro). Per maggiori informazioni, potete consultare qui.
  2. Bagnaia è una città abbastanza piccola, quindi se andate con l’auto potreste trovare difficoltà a parcheggiare.
  3. E’ un posto che non richiede la prenotazione, e quando l’ho visitato ho potuto constatare che tutti gli aspetti di sicurezza dovuti al Covid sono stati più che rispettati. In più era tutto molto pulito ed ordinato, con diversi custodi sia nel giardino che nel parco.
  4. Le varie fontane e la vegetazione rende il posto molto fresco, quindi adatto per giornate calde come queste estive. In più le fontane sono l’habitat ideale per numerose libellule, rosse e blu. E devo ammetterlo, ho speso più di 10 minuti solo cercando di fotografarne una rossa XD

Quindi, consigliato? SI, ma… solo se la questa villa è la prima tappa di un giro nei dintorni. Perchè quello che è visitabile al momento (il solo giardino, in pratica) richiede poco tempo circa una mezz’oretta (anche se io sono stato dentro quasi 2 ore, ma io tendo a soffermarmi sui dettagli, sulle sensazioni, sulla lentezza). E sapevate per esempio che il “Parco dei mostri” di Bomarzo dista circa 17 km da lì? Fossi in voi farei due visite nella stessa giornata.

Alla prossima!

Tornare “fuori”

In questo periodo di segregazione in casa a causa della pandemia di CoViD19 si è acuito un mio “problema” dettato da naturale predisposizione: mi trovo bene a stare a casa per fatti miei, ed il fatto che adesso parecchi luoghi di cultura sono tutti su prenotazione stanno solo favorendo questa situazione. Ma me ne rendo conto da solo, quindi l’altro sabato ho lottato con mè stesso per andare a fare due passi in giro per Roma.

E’ vero, partivo con i pregiudizi e lottando con una grande pigrizia, ma è stato piacevole rivedere i miei amici e come sempre è magico girare per Roma, con i suoi monumenti e le sue luci serali. Il problema quindi non è stato nè la compagnia nè il luogo.

Come sempre il problema sono le persone.

Mascherine? MIca siamo a carnevale!

Assembramenti? Massì, per no? Tanto con il caldo “il virus scompare, se non ci godiamo adesso che possiamo ed è tutto sicuro…”

Posti di controllo della polizia/carabinieri? Ma se sono i primi a chiacchierare tra loro a meno di un metro e senza mascherina.

Ho ancora più voglia di starmene da solo ^^”

Alla prossima.

Sotto il cielo di Maia

“Stasera partiremo per la miniera”. E’ da questa mattina che ripenso a queste parole.

Ho paura ovviamente. Ho cercato di farmi coraggio, di non mostrare esitazioni esattamente come i miei compagni di avventura. Ma non è facile essere una formica in mezzo ai Titani. Non ho con me armature dotate di armi e difese prodigiose, nè poteri superumani che mi permetterebbero di affrontare a mani nude qualunque pericolo potremmo trovare, e nemmeno sono capace di manipolare energie arcane e misteriose. Sono un semplice essere umano. Sono il primo candidato a morire se le cose si mettessero male.

Non sono preparato, e non ho nemmeno tempo per esserlo. Il tempo stringe. Dobbiamo raggiungere il fondo della miniera il prima possibile. Per il momento siamo sopravvissuti ad ogni genere di mostri, da cani enormi a 4 occhi, a mostri tentacolari simili a grossi cespugli con la bocca, fino a scarafaggi giganti dotati di chele come i granchi e capaci di metterti a soqquadro il cervello. E nelle viscere di questa terra così aliena cosa potremo mai trovare?

Mi concedo il lusso di guardarmi indietro, mentre tengo sotto occhio il nostro campo base. Chissà se lascerei dei ricordi di me in qualcuno, se sparissi adesso. Magari durerebbero il tempo di qualche giorno, forse qualche settimana al massimo. Poi la vita prenderebbe il sopravvento, e diventerei parte di un indefinito che serve alle persone per mantenere la propria sanità mentale. Non possiamo essere sempre tristi o impazziremmo. Io lo so cosa vuole dire. Non dormo da giorni e a causa della paura sono un fascio unico di nervi tesi. E sento di essere sull’orlo della follia. Non posso neanche chiedere conforto agli altri, perchè sono tutti mentalmente più preparati di me. Da una parte li invidio, ma dall’altra mi domando se riescono davvero a trovare il modo di godersi quanto Maia offre loro, oltre a pericoli e morte.

Ho visti infiniti spazi desertici desolati ma che di notte sembrano terre così simili a quelle del mio pianeta. Ho visto il cielo colorato dalla presenza dell’ammoniaca, che è così strano che a volte quasi mi commuove. Ho visto ciò che ci unisce di fronte alla mortalità di questo posto.

Mi piacerebbe avere più tempo. Ma è un lusso che non posso permettermi.

La mia giornata (tempi di quarantena)

Mi sveglio verso le 9, perchè l’attività per la quale lavoravo part-time la mattina non è una “Attività essenziale”, ed il primo pensiero è sempre: “Ho voglia di fare una passeggiata”. So che non posso farlo, perchè in un periodo come questo dobbiamo essere tutti responsabili, e a malincuore mi alzo.

Dopo una breve colazione (e mia nonna che è sempre arrabbiata per qualche motivo stupido o noto solo a lei) torno in camera mia e faccio qualche test per prepararmi a dei quiz per un concorso che in teoria dovrebbe svolgersi a fine Aprile, anche se data la situazione è tutto molto incerto.

A pranzo mi riunisco con tutta la famiglia, che fino a quel momento è stata frammentata in tutta la casa. Si scambiano due chiacchiere, si vede il telegiornale. Presto attenzione ai dati che vengono riportati, ma ammetto che ormai sentire storie da “libro Cuore” mi irrita un pò. Le comprendo, perchè in fondo tutti hanno bisogno di speranza, ma non giustifico il loro uso reiterato e quasi da “beatificazione di un martire”. E comincia a darmi fastidio anche il giornalismo in generale. A casa lo difendo sempre a spada tratta cercando di ricordare a tutti che non possono considerare casi di “cattiva informazione” come se valessero per tutti i casi in generale, ma questa corsa al sensazionalismo non la capisco più nemmeno io. Ma i dati li controllate? Le fonti sono sicure?

Finito di mangiare, torno in camera per fare un altro pò di quiz. Smetto alle 18, anche perchè un vicino a quell’orario tira fuori dal balcone degli enormi altoparlanti e comincia a diffondere musica ad alto volume. All’inizio mi dava un pò fastidio il fatto che il volume fosse così alto da superare ogni barriera (e chi mi conosce sa che la musica ad alto volume mi dà fastidio) ma con il tempo ci ho fatto l’abitudine ed è diventata una cosa piacevole.

Faccio un pò di cyclette perchè devo muovermi almeno per un’oretta, anche se da fermo è una noia totale. Per lo meno posso guardare video di Youtube dal telefonino. Il tempo di una doccia rapida ed è arrivata l’ora di cena. Più breve del pranzo, quindi ognuno torna dopo pochi minuti nella propria stanza.

Le sera la passo al computer. Magari ci gioco, oppure lo uso per comunicare con i miei amici che sono rinchiusi in casa. E’ un discreto palliativo al non vedersi, ma non sono mai stato un fan delle comunicazioni a distanza e la cosa mi pesa. Ci sono serate in cui mi viene voglia di chiudere tutto e dormire. Ma non ho mai sonno, quindi guardo la tv senza il minimo entusiasmo.

La notte per lo meno posso godermi film che fanno tardi (e che in altri casi non potrei vedere). Ma alla fine il sonno mi raggiunge.

E si ricomincia.

Paese che vai, educazione che porti

In attesa di sapere di che “morte morire” per il concorso che sto facendo, inganno il tempo (ma sopratutto guadagno soldi) tornando a fare un lavoro molto manuale che ricorda in parte la mia esperienza come postino. Mi occupo di consegnare biancheria pulita presso appartamenti nei quali sono passati turisti in visita a Roma e che quindi vanno puliti da donne delle pulizie. Un lavoro semplice, ma dai risvolti orari al limite del nervosismo in alcuni casi ^^” ma non è del lavoro in sé che voglio discutere, ma ciò che mi permette di imparare dall’osservare con attenzione.

Ogni lavoro mi ha, se non insegnato qualcosa, per lo meno permesso di avere una visione particolare su alcuni aspetti della vita umana. In questo caso specifico riguarda il comportamento dei turisti quando vengono a visitare Roma. E non intendo quando sono alla luce del Sole ma quando sono al riparo nella loro “casa temporanea”.

Da quello che ho visto fino ad ora (lavoro da un mesetto, è un visione parziale ma quello che sto per scrivere si ripete spesso) i turisti per lo più stranieri quando abbandonano un appartamento si dividono in 3 categorie di “educazione”:

  1. La normalità: entro nell’appartamento e trovo letti sfatti ma ordinati, il pavimento abbastanza pulito, la cucina con quasi niente in frigo e magari al massimo un sacchetto della spazzatura. Questa casistica appartiene alla stragrande maggioranza dei turisti (se dovessi fare una percentuale direi un buon 90%)
  2. La super precisione: mi è capitato pochissime volte (1% dei casi) ma a volte i turisti trattano l’appartamento in cui vivono come se gli fosse stato loro concesso in dono e si sentissero in dovere di lasciarlo come l’hanno trovato la prima volta. Quindi pavimenti puliti con il detersivo, lenzuola ed asciugamani messi in un angolo tutti insieme e pronti ad essere raccolti, frigorifero pulito e nessuna spazzatura. Questa è una sorta di esagerazione positiva, molto ben accolta da noi che puliamo.
  3. I figli/e del Caos: è l’evento peggiore che possa accadere. Gli occupanti temporanei dell’appartamento sono al livello di scimmie impazzite. Non rispettano gli orari di check out, facendoti rallentare di molto le operazioni di pulizia, e anche quando spariscono per tempo lasciano dietro di sé un campo di battaglia. Letti sfatti e spostati dalla loro posizione originaria, cuscini e coperte sparse per tutto l’appartamento, pavimenti sporchi di fango, polvere e briciole, frigorifero pieno di alimenti aperti, più di cinque sacchi di immondizia pieni e a volte diverse lattine e bottiglie di alcolici . Per fortuna non è un caso comune (il 9% dei casi) ma rimane comunque un incubo ^^”

Mi piacerebbe poter fare una casistica sui turisti delle varie nazionalità, ma ci vorrebbe del tempo (persone che lavorano da più tempo di me dicono che i peggiori sono quelli di nazionalità americana e cinese) ma nel frattempo mi domando se il comportamento dei turisti peggiori sia un po’ colpa di noi italiani. Io giro per Roma in motorino e mi duole ammettere che in alcune zone la pulizia non è il massimo. Capitano posti in cui si è impossibilitati a buttare spazzatura e quindi OVVIAMENTE la gente si sente con la coscienza a posto quando scarica il suo bel sacco nero nel primo angolo non controllato. E mi piange un po’ il cuore quando vedo scene simili. Visto che giro con il motorino e faccio consegne, ho sempre tempi strettissimi e non posso tributare la giusta attenzione alle meraviglie che mi “scorrono” accanto. E sapere che noi stessi che le viviamo ogni giorno siamo anche i primi a renderle invisibili e “scontate” ai nostri occhi…

Alla prossima.

Il piccolo sonno

Non so se conta davvero qualcosa, o se sono solo chiacchiere di una mente che perde colpi con l’avanzare del tempo e della nebbia.

Ogni tanto, la mattina, capita che svegliandomi mi sfiori il pensiero di non alzarmi dal letto. Di saltare alla prossima giornata. Di tornare a dormire e sognare.

Ovviamente poi si attiva il mio airbag mentale, quello mi salva dall’abisso, e mi alzo in piedi. Ma devo dirlo… quel pensiero si affaccia spesso di questi tempi.

Alla prossima.

Quando è davvero finita?

Sarà un’intervento un pò scontato (ho già messo le mani avanti, che fifone ^^”) ma sono dei pensieri che si sono fermati nella mia mente da un pò e sono riemersi in questi giorni.

La domanda è: quando è che una faccenda può considerarsi davvero finita? Quand’è che ci deve dichiarare sconfitti del tutto? Quando si arriva a sentirsi socialmente/professionalmente/ sentimentalmente come morti (o moribondi)?

All’inizio pensavo che la risposta fosse “quando ci si arrende” e la risposta in sè non sarebbe nemmeno sbagliata… ma è un pò troppo generica. Perchè in alcuni casi ammettere che una cosa non funziona o non funziona più è terapeutico. Magari ci si sta trascinando in una relazione con qualcuno/a e la si vive ormai senza più trasporto e non si decide di troncare solo per una qualche abitudine che si è creata durante il tempo e che non si vuole distruggere, o magari fare parte di un determinato gruppo, per quanto a volte gli altri del gruppo facciano sentire noi stessi dei “deboli”, oppure fare un lavoro che ci toglie ogni tempo ed energia e alla lunga persino ogni entusiasmo. In tutti questi casi si crea spesso una situazione di involontario “confort” e certezza (per quanto questa sia dannosa in realtà) e non è facile rinunciare a qualcosa che magari ha caratterizzato la nostra vita per magari degli anni. Sarebbe ammettere di aver sbagliato tutto. E nessuno in questi casi vuole farlo. Ma come ho detto prima, rendersi conto di vivere in queste situazioni spiacevoli e volersi fermare non può che fare bene. E’ dura ricominciare, l’animo è pieno di paure e nel mondo moderno ormai la gente ti considera solo se lavori (…) ma noi siamo altro oltre a muscoli, nervi ed ossa. Siamo anche idee, aspirazioni, speranze.

E’ quando mancano queste ultime 3 cose che è davvero tutto finito. Quando si vive nel modo in cui si vive perchè si è convinti che quella è la situazione migliore per sè stessi, che non si merita altro se non quello che si ha. Quando si pensa che è giusto che altri rincorrano i propri sogni, anzi li si incoraggia pure con tutte le migliori intenzioni… per poi guardarli “risplendere” dall’alto e sospirare nel proprio freddo ma confortevole buio.

A chiunque mi legga, almeno voi… non arrendetevi. Nonostante il tempo passato, nonostante tutte le batoste prese, nonostante una situazione personale per niente esaltante. Non arrendetevi perchè credo fermamente che ognuno di noi, al posto giusto, può dare qualcosa di unico al mondo. E questo posto va cercato con tenacia e con tutti i mezzi. Altrimenti… che senso ha la propria vita?

Alla prossima.

Farsi acqua

Ho sognato di essere in cima ad una scogliera, in costume da bagno. E’ giorno, ma il cielo è “sporcato” da diverse nuvole grigiastre che attenuavano un pochino la luce del Sole. Piano piano mi avvicino al bordo della scogliera, dando uno sguardo sotto di me mentre le dita dei piedi “artigliano” l’ultimo pezzo di roccia. Un mare di un blu turchese, perfettamente calmo e piatto come una tavola. Per qualche motivo mi dà una sensazione di benessere, mi sento come cullato dal suo suono.

Ma faccio un paio di passi indietro, con lo sguardo fisso verso il cielo. Poi mi volto del tutto e comincio a camminare per diversi metri nella direzione opposta al mare. Quando mi fermo, torno a guardare il limite della scogliera. Poi lo sguardo torna al Sole, che sembra quasi fare capolino da una nube di passaggio. Faccio un profondo respiro e comincio a correre.

La mia rincorsa è breve, ma sembra durare una piccola infinità. Ricordo che durante lo scatto sento i polmoni gonfiarsi e sgonfiarsi come mantici, sento i piedi nudi che toccano la nuda roccia fredda, sento l’aria gelida che viene tagliata dalle mie mani chiuse “a paletta”. E quando sono arrivato al bordo, carico i muscoli per il salto e spicco il volo.

Per qualche secondo sto volando davvero. Mi sento leggero come un uccello e vedo il cielo avvicinarsi. Sto sconfiggendo la gravità. Sono felice, come non mi capita da tempo. Dò un’occhiata sotto di me, per capire quanto sono in alto. Ma è un errore. Appena lo faccio, sento qualcosa che mi attira verso il basso. E smetto di volare.

Sono stupefatto. E mi si spezza il cuore, come una storia d’amore che pensavi potesse durare ed invece ti lascia solo le briciole carbonizzate. Sto cadendo. Nonostante la situazione imprevista, reagisco in modo tutto sommato positivo: mi preparo ad entrare in acqua mettendo le braccia dritte sopra la mia testa con le mani unite a paletta ed unendo i piedi, girandomi in aria per poter entrare in acqua con meno problemi possibili. Mentre mi preparo ad aprire le acque sotto di me, penso già che dopo la prossima rincorsa mi concentrerò solo verso il cielo.

Entro in acqua in maniera perfetta. MI immergo per circa 5 metri, per poi aprire le braccia per fermare la discesa e cominciare a salire. Ma non fermo la discesa, la rallento solamente. Sono sorpreso, comincio con le mani a spingere verso l’alto ma come unico risultato ho quello di fermarmi a quella profondità.  Cerco di metterci più forza, ma non mi muovo da lì.

Mi ricordo che sono in acqua da un pò ed in quel momento sento che mi manca l’aria. Le mie guancie si gonfiano, ed in quel momento vedo qualcosa cadere dall’alto, dalla superficie. Sono come le bolle d’aria che si lasciano quando si sta sott’acqua, ma vanno al contrario. Riescono a raggiungere la mia profondità, e quando le “mangio” sembrano in effetti darmi dell’ossigeno. Riesco a mangiare parecchie di queste bolle, rimanendo in quella posizione per parecchio tempo. Non so quanto, vedo solo che la luce sembra calare sempre di più. E quando si fa notte, queste bolle si illuminano, permettendomi di vederle ancora.

Il problema è che ad un certo punto sono stanco. Non riesco più a rimanere “a galla”, mi fanno male i muscoli e comincio a spingere l’acqua con mani e piedi con meno forza. E lentamente riprendo a scendere, piano piano, in maniera quasi impercettibile. Inizialmente nemmeno me ne accorgerei, se non fosse che le bolle sembrano fermarsi una volta raggiunta una certa profondità e fanno sempre più fatica a raggiungermi. Cerco di allungare entrambe le mani per afferrarle, ma quando lo faccio si rompono in un piccolo bagliore di luce. Lotto per un pò. Alla fine mi arrendo.

Smetto di muovermi, sono stanco e lascio che il mare finisca di attirarmi a sè. L’aria nei miei polmoni è finita, ho paura ma allo stesso tempo penso che sia stupido averne visto che per me è finita. E’ finita da quando sono entrato in acqua, solo che non lo sapevo. Apro la bocca per lasciare che le ultime bolle della mia aria riescano almeno loro a risalire verso la superficie. Ma dalla mia bocca non esce nulla. E una volta finita l’aria non ho bisogno di respirare.

L’acqua smette di essere fredda. E comincia a cullarmi. Mi sento… a casa. Ho perso ogni speranza ma allo stesso tempo ho come raggiunto il nirvana, la negazione di ogni desiderio. Perchè dovrei desiderare? Ora non ha più senso, giusto?

Sento che il mio corpo si espande. I miei arti sembrano come farsi più fini ed allungarsi, e dopo diversi secondi mi sento spesso come un foglio e lungo e larghi diversi metri. Anche la mia pelle si modifica: diventa sempre più trasparente. All’inizio posso vedere i miei muscoli, poi solo il sistema nervoso. Come immagine mi ricorda una presa dal fumetto “Watchmen”, quella dei primi esperimenti di “riapparizione” del dottor Manhattan dopo l’incidente che lo ha ucciso e cambiato per sempre la vita. Poi spariscono anche i nervi e sono rimasti solo gli occhi. Mi sento triste, ma non abbattuto. Ho accettato il mio destino. il mio ultimo sguardo è verso la superficie, che vedo chiaramente nonostante io sia a diverse decine di metri di profondità. Chiudo gli occhi e tutto si fa luce. E poi buio profondo.

Mi sveglio con carenza d’aria. Ci metto un pò a mettermi in piedi. E’ strano ma per diversi secondi ho paura di toccare a piedi nudi il pavimento. Poi passa. Passa sempre tutto.

Alla prossima.