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Il mio rito

Ogni volta che propongo ad alcuni amici una serata al cinema, trovo sempre le stesse obiezioni.

“Dai, stiamo a casa, ho Netflix e ci possiamo vedere qualunque film tu voglia senza spendere 10 euro e magari trovare un posto troppo vicino o troppo di lato…” In realtà sono anche obiezioni sensate. Ma come ripeto ogni volta, per me andare al cinema è un rito. Per alcuni è andare in chiesa la domenica, per me è questo.

Perdere qualche minuto su internet a scegliere che film andare a vedere, magari tra due o tre che ti interessano, pensando anche “Quale meriterebbe di essere visto su uno schermo grande? Sono in serata da film complesso o da film leggero?”;

calcolare distanze e tempistiche per raggiungere il cinema, perchè a volte cercare di vedere un film in un determinato orario implica anche rendersi conto che i parcheggi più vicini saranno pieni, che magari ci sarà la fila alla cassa,ecc..

prima di entrare nella sala del film, considerare che magari ti va uno snack e lì domandarsi: patatine o popcorn? Acqua o thè alla pesca?;

mettersi seduto al posto assegnato e sorbirsi le varie pubblicità prima della visione e solo alla fine qualche trailer, con la speranza che siano interessanti.

E solo allora il film. Si, non sei solo in sala ma insieme a tutti gli altri paganti… ma le luci spengono, il film comincia ed io mi scordo di tutto e tutti. MI scordo del mio mondo e mi immergo in mondi migliori, ed il mio cuore si allegerisce, oppure in mondi peggiori, e quando torno alla realtà mi sento meglio.

Quanto mi è mancato tutto questo in questi ultimi mesi…

Alla prossima!

Tornare “fuori”

In questo periodo di segregazione in casa a causa della pandemia di CoViD19 si è acuito un mio “problema” dettato da naturale predisposizione: mi trovo bene a stare a casa per fatti miei, ed il fatto che adesso parecchi luoghi di cultura sono tutti su prenotazione stanno solo favorendo questa situazione. Ma me ne rendo conto da solo, quindi l’altro sabato ho lottato con mè stesso per andare a fare due passi in giro per Roma.

E’ vero, partivo con i pregiudizi e lottando con una grande pigrizia, ma è stato piacevole rivedere i miei amici e come sempre è magico girare per Roma, con i suoi monumenti e le sue luci serali. Il problema quindi non è stato nè la compagnia nè il luogo.

Come sempre il problema sono le persone.

Mascherine? MIca siamo a carnevale!

Assembramenti? Massì, per no? Tanto con il caldo “il virus scompare, se non ci godiamo adesso che possiamo ed è tutto sicuro…”

Posti di controllo della polizia/carabinieri? Ma se sono i primi a chiacchierare tra loro a meno di un metro e senza mascherina.

Ho ancora più voglia di starmene da solo ^^”

Alla prossima.

Sotto il cielo di Maia

“Stasera partiremo per la miniera”. E’ da questa mattina che ripenso a queste parole.

Ho paura ovviamente. Ho cercato di farmi coraggio, di non mostrare esitazioni esattamente come i miei compagni di avventura. Ma non è facile essere una formica in mezzo ai Titani. Non ho con me armature dotate di armi e difese prodigiose, nè poteri superumani che mi permetterebbero di affrontare a mani nude qualunque pericolo potremmo trovare, e nemmeno sono capace di manipolare energie arcane e misteriose. Sono un semplice essere umano. Sono il primo candidato a morire se le cose si mettessero male.

Non sono preparato, e non ho nemmeno tempo per esserlo. Il tempo stringe. Dobbiamo raggiungere il fondo della miniera il prima possibile. Per il momento siamo sopravvissuti ad ogni genere di mostri, da cani enormi a 4 occhi, a mostri tentacolari simili a grossi cespugli con la bocca, fino a scarafaggi giganti dotati di chele come i granchi e capaci di metterti a soqquadro il cervello. E nelle viscere di questa terra così aliena cosa potremo mai trovare?

Mi concedo il lusso di guardarmi indietro, mentre tengo sotto occhio il nostro campo base. Chissà se lascerei dei ricordi di me in qualcuno, se sparissi adesso. Magari durerebbero il tempo di qualche giorno, forse qualche settimana al massimo. Poi la vita prenderebbe il sopravvento, e diventerei parte di un indefinito che serve alle persone per mantenere la propria sanità mentale. Non possiamo essere sempre tristi o impazziremmo. Io lo so cosa vuole dire. Non dormo da giorni e a causa della paura sono un fascio unico di nervi tesi. E sento di essere sull’orlo della follia. Non posso neanche chiedere conforto agli altri, perchè sono tutti mentalmente più preparati di me. Da una parte li invidio, ma dall’altra mi domando se riescono davvero a trovare il modo di godersi quanto Maia offre loro, oltre a pericoli e morte.

Ho visti infiniti spazi desertici desolati ma che di notte sembrano terre così simili a quelle del mio pianeta. Ho visto il cielo colorato dalla presenza dell’ammoniaca, che è così strano che a volte quasi mi commuove. Ho visto ciò che ci unisce di fronte alla mortalità di questo posto.

Mi piacerebbe avere più tempo. Ma è un lusso che non posso permettermi.

La mia giornata (tempi di quarantena)

Mi sveglio verso le 9, perchè l’attività per la quale lavoravo part-time la mattina non è una “Attività essenziale”, ed il primo pensiero è sempre: “Ho voglia di fare una passeggiata”. So che non posso farlo, perchè in un periodo come questo dobbiamo essere tutti responsabili, e a malincuore mi alzo.

Dopo una breve colazione (e mia nonna che è sempre arrabbiata per qualche motivo stupido o noto solo a lei) torno in camera mia e faccio qualche test per prepararmi a dei quiz per un concorso che in teoria dovrebbe svolgersi a fine Aprile, anche se data la situazione è tutto molto incerto.

A pranzo mi riunisco con tutta la famiglia, che fino a quel momento è stata frammentata in tutta la casa. Si scambiano due chiacchiere, si vede il telegiornale. Presto attenzione ai dati che vengono riportati, ma ammetto che ormai sentire storie da “libro Cuore” mi irrita un pò. Le comprendo, perchè in fondo tutti hanno bisogno di speranza, ma non giustifico il loro uso reiterato e quasi da “beatificazione di un martire”. E comincia a darmi fastidio anche il giornalismo in generale. A casa lo difendo sempre a spada tratta cercando di ricordare a tutti che non possono considerare casi di “cattiva informazione” come se valessero per tutti i casi in generale, ma questa corsa al sensazionalismo non la capisco più nemmeno io. Ma i dati li controllate? Le fonti sono sicure?

Finito di mangiare, torno in camera per fare un altro pò di quiz. Smetto alle 18, anche perchè un vicino a quell’orario tira fuori dal balcone degli enormi altoparlanti e comincia a diffondere musica ad alto volume. All’inizio mi dava un pò fastidio il fatto che il volume fosse così alto da superare ogni barriera (e chi mi conosce sa che la musica ad alto volume mi dà fastidio) ma con il tempo ci ho fatto l’abitudine ed è diventata una cosa piacevole.

Faccio un pò di cyclette perchè devo muovermi almeno per un’oretta, anche se da fermo è una noia totale. Per lo meno posso guardare video di Youtube dal telefonino. Il tempo di una doccia rapida ed è arrivata l’ora di cena. Più breve del pranzo, quindi ognuno torna dopo pochi minuti nella propria stanza.

Le sera la passo al computer. Magari ci gioco, oppure lo uso per comunicare con i miei amici che sono rinchiusi in casa. E’ un discreto palliativo al non vedersi, ma non sono mai stato un fan delle comunicazioni a distanza e la cosa mi pesa. Ci sono serate in cui mi viene voglia di chiudere tutto e dormire. Ma non ho mai sonno, quindi guardo la tv senza il minimo entusiasmo.

La notte per lo meno posso godermi film che fanno tardi (e che in altri casi non potrei vedere). Ma alla fine il sonno mi raggiunge.

E si ricomincia.

Paese che vai, educazione che porti

In attesa di sapere di che “morte morire” per il concorso che sto facendo, inganno il tempo (ma sopratutto guadagno soldi) tornando a fare un lavoro molto manuale che ricorda in parte la mia esperienza come postino. Mi occupo di consegnare biancheria pulita presso appartamenti nei quali sono passati turisti in visita a Roma e che quindi vanno puliti da donne delle pulizie. Un lavoro semplice, ma dai risvolti orari al limite del nervosismo in alcuni casi ^^” ma non è del lavoro in sé che voglio discutere, ma ciò che mi permette di imparare dall’osservare con attenzione.

Ogni lavoro mi ha, se non insegnato qualcosa, per lo meno permesso di avere una visione particolare su alcuni aspetti della vita umana. In questo caso specifico riguarda il comportamento dei turisti quando vengono a visitare Roma. E non intendo quando sono alla luce del Sole ma quando sono al riparo nella loro “casa temporanea”.

Da quello che ho visto fino ad ora (lavoro da un mesetto, è un visione parziale ma quello che sto per scrivere si ripete spesso) i turisti per lo più stranieri quando abbandonano un appartamento si dividono in 3 categorie di “educazione”:

  1. La normalità: entro nell’appartamento e trovo letti sfatti ma ordinati, il pavimento abbastanza pulito, la cucina con quasi niente in frigo e magari al massimo un sacchetto della spazzatura. Questa casistica appartiene alla stragrande maggioranza dei turisti (se dovessi fare una percentuale direi un buon 90%)
  2. La super precisione: mi è capitato pochissime volte (1% dei casi) ma a volte i turisti trattano l’appartamento in cui vivono come se gli fosse stato loro concesso in dono e si sentissero in dovere di lasciarlo come l’hanno trovato la prima volta. Quindi pavimenti puliti con il detersivo, lenzuola ed asciugamani messi in un angolo tutti insieme e pronti ad essere raccolti, frigorifero pulito e nessuna spazzatura. Questa è una sorta di esagerazione positiva, molto ben accolta da noi che puliamo.
  3. I figli/e del Caos: è l’evento peggiore che possa accadere. Gli occupanti temporanei dell’appartamento sono al livello di scimmie impazzite. Non rispettano gli orari di check out, facendoti rallentare di molto le operazioni di pulizia, e anche quando spariscono per tempo lasciano dietro di sé un campo di battaglia. Letti sfatti e spostati dalla loro posizione originaria, cuscini e coperte sparse per tutto l’appartamento, pavimenti sporchi di fango, polvere e briciole, frigorifero pieno di alimenti aperti, più di cinque sacchi di immondizia pieni e a volte diverse lattine e bottiglie di alcolici . Per fortuna non è un caso comune (il 9% dei casi) ma rimane comunque un incubo ^^”

Mi piacerebbe poter fare una casistica sui turisti delle varie nazionalità, ma ci vorrebbe del tempo (persone che lavorano da più tempo di me dicono che i peggiori sono quelli di nazionalità americana e cinese) ma nel frattempo mi domando se il comportamento dei turisti peggiori sia un po’ colpa di noi italiani. Io giro per Roma in motorino e mi duole ammettere che in alcune zone la pulizia non è il massimo. Capitano posti in cui si è impossibilitati a buttare spazzatura e quindi OVVIAMENTE la gente si sente con la coscienza a posto quando scarica il suo bel sacco nero nel primo angolo non controllato. E mi piange un po’ il cuore quando vedo scene simili. Visto che giro con il motorino e faccio consegne, ho sempre tempi strettissimi e non posso tributare la giusta attenzione alle meraviglie che mi “scorrono” accanto. E sapere che noi stessi che le viviamo ogni giorno siamo anche i primi a renderle invisibili e “scontate” ai nostri occhi…

Alla prossima.

Il piccolo sonno

Non so se conta davvero qualcosa, o se sono solo chiacchiere di una mente che perde colpi con l’avanzare del tempo e della nebbia.

Ogni tanto, la mattina, capita che svegliandomi mi sfiori il pensiero di non alzarmi dal letto. Di saltare alla prossima giornata. Di tornare a dormire e sognare.

Ovviamente poi si attiva il mio airbag mentale, quello mi salva dall’abisso, e mi alzo in piedi. Ma devo dirlo… quel pensiero si affaccia spesso di questi tempi.

Alla prossima.

Quando è davvero finita?

Sarà un’intervento un pò scontato (ho già messo le mani avanti, che fifone ^^”) ma sono dei pensieri che si sono fermati nella mia mente da un pò e sono riemersi in questi giorni.

La domanda è: quando è che una faccenda può considerarsi davvero finita? Quand’è che ci deve dichiarare sconfitti del tutto? Quando si arriva a sentirsi socialmente/professionalmente/ sentimentalmente come morti (o moribondi)?

All’inizio pensavo che la risposta fosse “quando ci si arrende” e la risposta in sè non sarebbe nemmeno sbagliata… ma è un pò troppo generica. Perchè in alcuni casi ammettere che una cosa non funziona o non funziona più è terapeutico. Magari ci si sta trascinando in una relazione con qualcuno/a e la si vive ormai senza più trasporto e non si decide di troncare solo per una qualche abitudine che si è creata durante il tempo e che non si vuole distruggere, o magari fare parte di un determinato gruppo, per quanto a volte gli altri del gruppo facciano sentire noi stessi dei “deboli”, oppure fare un lavoro che ci toglie ogni tempo ed energia e alla lunga persino ogni entusiasmo. In tutti questi casi si crea spesso una situazione di involontario “confort” e certezza (per quanto questa sia dannosa in realtà) e non è facile rinunciare a qualcosa che magari ha caratterizzato la nostra vita per magari degli anni. Sarebbe ammettere di aver sbagliato tutto. E nessuno in questi casi vuole farlo. Ma come ho detto prima, rendersi conto di vivere in queste situazioni spiacevoli e volersi fermare non può che fare bene. E’ dura ricominciare, l’animo è pieno di paure e nel mondo moderno ormai la gente ti considera solo se lavori (…) ma noi siamo altro oltre a muscoli, nervi ed ossa. Siamo anche idee, aspirazioni, speranze.

E’ quando mancano queste ultime 3 cose che è davvero tutto finito. Quando si vive nel modo in cui si vive perchè si è convinti che quella è la situazione migliore per sè stessi, che non si merita altro se non quello che si ha. Quando si pensa che è giusto che altri rincorrano i propri sogni, anzi li si incoraggia pure con tutte le migliori intenzioni… per poi guardarli “risplendere” dall’alto e sospirare nel proprio freddo ma confortevole buio.

A chiunque mi legga, almeno voi… non arrendetevi. Nonostante il tempo passato, nonostante tutte le batoste prese, nonostante una situazione personale per niente esaltante. Non arrendetevi perchè credo fermamente che ognuno di noi, al posto giusto, può dare qualcosa di unico al mondo. E questo posto va cercato con tenacia e con tutti i mezzi. Altrimenti… che senso ha la propria vita?

Alla prossima.

Farsi acqua

Ho sognato di essere in cima ad una scogliera, in costume da bagno. E’ giorno, ma il cielo è “sporcato” da diverse nuvole grigiastre che attenuavano un pochino la luce del Sole. Piano piano mi avvicino al bordo della scogliera, dando uno sguardo sotto di me mentre le dita dei piedi “artigliano” l’ultimo pezzo di roccia. Un mare di un blu turchese, perfettamente calmo e piatto come una tavola. Per qualche motivo mi dà una sensazione di benessere, mi sento come cullato dal suo suono.

Ma faccio un paio di passi indietro, con lo sguardo fisso verso il cielo. Poi mi volto del tutto e comincio a camminare per diversi metri nella direzione opposta al mare. Quando mi fermo, torno a guardare il limite della scogliera. Poi lo sguardo torna al Sole, che sembra quasi fare capolino da una nube di passaggio. Faccio un profondo respiro e comincio a correre.

La mia rincorsa è breve, ma sembra durare una piccola infinità. Ricordo che durante lo scatto sento i polmoni gonfiarsi e sgonfiarsi come mantici, sento i piedi nudi che toccano la nuda roccia fredda, sento l’aria gelida che viene tagliata dalle mie mani chiuse “a paletta”. E quando sono arrivato al bordo, carico i muscoli per il salto e spicco il volo.

Per qualche secondo sto volando davvero. Mi sento leggero come un uccello e vedo il cielo avvicinarsi. Sto sconfiggendo la gravità. Sono felice, come non mi capita da tempo. Dò un’occhiata sotto di me, per capire quanto sono in alto. Ma è un errore. Appena lo faccio, sento qualcosa che mi attira verso il basso. E smetto di volare.

Sono stupefatto. E mi si spezza il cuore, come una storia d’amore che pensavi potesse durare ed invece ti lascia solo le briciole carbonizzate. Sto cadendo. Nonostante la situazione imprevista, reagisco in modo tutto sommato positivo: mi preparo ad entrare in acqua mettendo le braccia dritte sopra la mia testa con le mani unite a paletta ed unendo i piedi, girandomi in aria per poter entrare in acqua con meno problemi possibili. Mentre mi preparo ad aprire le acque sotto di me, penso già che dopo la prossima rincorsa mi concentrerò solo verso il cielo.

Entro in acqua in maniera perfetta. MI immergo per circa 5 metri, per poi aprire le braccia per fermare la discesa e cominciare a salire. Ma non fermo la discesa, la rallento solamente. Sono sorpreso, comincio con le mani a spingere verso l’alto ma come unico risultato ho quello di fermarmi a quella profondità.  Cerco di metterci più forza, ma non mi muovo da lì.

Mi ricordo che sono in acqua da un pò ed in quel momento sento che mi manca l’aria. Le mie guancie si gonfiano, ed in quel momento vedo qualcosa cadere dall’alto, dalla superficie. Sono come le bolle d’aria che si lasciano quando si sta sott’acqua, ma vanno al contrario. Riescono a raggiungere la mia profondità, e quando le “mangio” sembrano in effetti darmi dell’ossigeno. Riesco a mangiare parecchie di queste bolle, rimanendo in quella posizione per parecchio tempo. Non so quanto, vedo solo che la luce sembra calare sempre di più. E quando si fa notte, queste bolle si illuminano, permettendomi di vederle ancora.

Il problema è che ad un certo punto sono stanco. Non riesco più a rimanere “a galla”, mi fanno male i muscoli e comincio a spingere l’acqua con mani e piedi con meno forza. E lentamente riprendo a scendere, piano piano, in maniera quasi impercettibile. Inizialmente nemmeno me ne accorgerei, se non fosse che le bolle sembrano fermarsi una volta raggiunta una certa profondità e fanno sempre più fatica a raggiungermi. Cerco di allungare entrambe le mani per afferrarle, ma quando lo faccio si rompono in un piccolo bagliore di luce. Lotto per un pò. Alla fine mi arrendo.

Smetto di muovermi, sono stanco e lascio che il mare finisca di attirarmi a sè. L’aria nei miei polmoni è finita, ho paura ma allo stesso tempo penso che sia stupido averne visto che per me è finita. E’ finita da quando sono entrato in acqua, solo che non lo sapevo. Apro la bocca per lasciare che le ultime bolle della mia aria riescano almeno loro a risalire verso la superficie. Ma dalla mia bocca non esce nulla. E una volta finita l’aria non ho bisogno di respirare.

L’acqua smette di essere fredda. E comincia a cullarmi. Mi sento… a casa. Ho perso ogni speranza ma allo stesso tempo ho come raggiunto il nirvana, la negazione di ogni desiderio. Perchè dovrei desiderare? Ora non ha più senso, giusto?

Sento che il mio corpo si espande. I miei arti sembrano come farsi più fini ed allungarsi, e dopo diversi secondi mi sento spesso come un foglio e lungo e larghi diversi metri. Anche la mia pelle si modifica: diventa sempre più trasparente. All’inizio posso vedere i miei muscoli, poi solo il sistema nervoso. Come immagine mi ricorda una presa dal fumetto “Watchmen”, quella dei primi esperimenti di “riapparizione” del dottor Manhattan dopo l’incidente che lo ha ucciso e cambiato per sempre la vita. Poi spariscono anche i nervi e sono rimasti solo gli occhi. Mi sento triste, ma non abbattuto. Ho accettato il mio destino. il mio ultimo sguardo è verso la superficie, che vedo chiaramente nonostante io sia a diverse decine di metri di profondità. Chiudo gli occhi e tutto si fa luce. E poi buio profondo.

Mi sveglio con carenza d’aria. Ci metto un pò a mettermi in piedi. E’ strano ma per diversi secondi ho paura di toccare a piedi nudi il pavimento. Poi passa. Passa sempre tutto.

Alla prossima.

Affittasi spazio inutilizzato

La mia testa è così vuota in questi giorni che credo dovrei utilizzarla in modo più proficuo. Tipo permettere a qualcun altro di usufruirne e magari guadagnarci in affitto.

Il mio problema è che la mia testa non è così grande da permettere di abitarci. Al massimo potrebbe essere utilizzato come portagioie…

… se non fosse che nel mio spazio vuoto albergano pensieri non esattamente positivi, quindi metterci oggetti con “gioia” anche solo nel nome non è il caso.

Credo che andrebbe bene per depositarci degli scontrini. Si, credo sia la scelta giusta. Attestati cartacei del fatto che si sono spesi soldi per qualcosa.

Magari mi concentrerò sulle tasse, quelle non rischiano di evocare vaghi pensieri felici su acquisti ben voluti.

 

A spasso per… Roma: Sinagoga principale, museo ebraico e Sinagoga spagnola

La settimana scorsa mi cadde per caso l’occhio sulla pagina di Leggo legata alla città di Roma e trovai davvero interessante l’evento organizzato per domenica “Sogni. Una scala verso il cielo. Alla scoperta del patrimonio storico e culturale ebraico”. Tra le tante attività mi focalizzai su quelle del mattino, ovvero la visita del museo ebraico e della sinagoga principale e spagnola. Tutte queste permettevano un ingresso gratuito per tutta la giornata e finalmente avrei potuto soddisfare la mia curiosità: mi era capitato di passare da quelle parte un paio di volte, ma in entrambi i casi era sabato (ed è il giorno di riposo nella cultura ebraica ^^”).

Ho fatto come al solito il mio giro di messaggi su Wahtsapp per vedere se qualcuno dei miei amici fosse interessato, anche se non ci avevo fatto granchè affidamento conoscendo i trascorsi (e come immaginavo avevo ragione, anche se forse un giorno scriverò del modo in cui “si dice no” a determinati inviti). Una mia amica di Roma sembrava davvero interessata, ma rimandava la sua visita con il ragazzo nel pomeriggio perchè la mattina aveva degli impegni.

Quindi, visto che pensavo che le visite cominciassero alle 10:30 ho dovuto prendere il treno delle 07:59 (il successivo partiva alle 09:59, quindi troppo tardi) ed una volta arrivato a Termini ho rinunciato all’idea di prendere la metro B e ho deciso di farmela tranquillamente a piedi. Quindi mi sono fatto una camminata tranquilla di 45 minuti, passata non solo a bearmi gli occhi come sempre della bellissima Roma ma anche ad insegnare ad una bambina come si miagola, dare una piccolissima mano ad un maratoneta e discutere al volo con un fotografo professionista che la vita nonostante tutto non fa così schifo (??). Una volta arrivato in via Catalana mi sono reso conto che avrei dovuto aspettare un pò (ero arrivato alle 10:15 ed il vero ingresso al museo e sinagoghe era alle 11).

“Si, sono stati un pò severi, ma in fondo anche loro hanno dimostrato carità cristiana”

Prima di mettermi in fila per il museo, decido di visitare un’altro piccolo museo lì vicino, dedicato alla Shoa. Si focalizzava in particolare sui vari trattamenti subito dagli ebrei non sono solo in Italia ma in ogni parte d’Europa e del mondo. Ogni teca conteneva documenti di archivio come telegrammi da parte delle autorità, lettere spedite per assicurarsi che tutti stiano bene, dei report sulla situazione e molte foto. Mi ha fatto un effetto curioso immergermi in tutte queste testimonianze cartacee: quando figure autorevoli raccontano quello che è successo in quel triste periodo sicuramente ti fidi, ma è sempre come se ci fosse una lontanissima parte di te che dubita che l’essere umano possa essere in quel modo. Ma siccome “scripta manent”…

Aron all’interno della Sinagoga Spagnola, ovviamente coperta dal suo parochet

Mi ero attardato così tanto a leggere i vari documenti in quel museo che una visita che doveva durare all’incirca mezz’ora è invece durata 50 minuti ^^” quindi una volta fuori la fila per entrare nel museo ebraico era di una trentina di metri. Niente di preoccupante per me, abituato a file MOOOOOOLTO più lunghe (ancora ricordo le 4 ore in piedi per entrare nel Palazzo dell’Aeronautica), ma mi ha vagamente divertito vedere gente che sbuffava impaziente dopo soli 20 minuti di attesa. Una volta entrati, ci hanno consigliato di aspettare una decina di minuti per attendere la guida che ci avrebbe illustrato le bellezze della sinagoga spagnola. Dopo l’attesa ci hanno portato all’interno di una delle sale accanto al museo, dove la guida ci ha fatto prima sedere sulle panche della piccola sinagoga poi ci ha raccontato della sua genesi e della sua attuale collocazione ed arredamento, preso da tutte e 5 le precedenti “scole” (ne parlerò dopo) oltre a raccontarci alcune usanze religiose degli ebrei.

Rimonim e corone argentee del XVIII secolo

Finita la breve visita alla sinagoga spagnola mi sono potuto immergere nela museo stesso. Non ha una grande estensione (sono solo 7 sale) e per lo più sono esposti… tessuti ^^” e anche oggetti in argento, ma personalmente le cose che non mi ha fatto rimpiangere la visita sono due: la prima è l’attenta vigilanza e pulizia del posto (era un giorno da “entrata gratis”, quindi potete immaginare l’afflusso di curiosi, eppure non ho mai visto caos all’interno del museo e soprattutto non mi era difficile scorgere dei controllori che monitoravano le sale), la seconda sono i cartelli esplicativi. Chi mi ha già letto sa quanto io desideri avere dei cartelli esplicativi (ed il mio riferimento è alla visita ad Ercolano) che possano spiegarti quello che vedi. Bene, le sale del museo sono divise a seconda dell’argomento (per esempio, c’era la sala delle feste dell’anno, la sala delle cinque Scole, la sala dell’ebraismo libico) ed ognuna di esse era correlata con cartelli che spiegavano chiaramente quello che si stava vedendo dandoti anche un contesto storico. Sono sicuro che una guida avrebbe potuto spiegarmi meglio alcuni concetti più oscuri, o magari correlarmi il tutto con un discorso più fluido, ma anche senza potevo davvero fami un’idea più o meno corretta della vita degli ebrei e delle loro tradizioni culturali e religiose.

Mancava solo il tempio principale, quello immediatamente visibile non appena si arriva al quartiere/ghetto ebraico e sotto il quale si sviluppa lo stesso museo, ma ho dovuto attendere anche in quel caso, visto che la visita guidata partiva alle 13:45 ed il mio giro del museo l’avevo concluso alle 13. Ed avevo anche fame ^^” ma se fossi uscito poi avrei dovuto rifare la fila esterna per rientrare, quindi mi sono fatto forza e ho atteso. La visita al tempio principale è durata relativamente poco, il tempo di dare un’ochiata all’interno e dopo averci fatto sedere per qualche minuto sulle panche presenti averci spiegato la particolarità del doppio stile della sinagoga (assiro-babilonese all’interno con vetrate in stile liberty) e la visita è terminata.

Qualche piccola informazione/curiosità:

  1. il ghetto/quartiere ebraico nasce nel 1555 dopo la bolla “Cum nimis absurdum” di papa Paolo IV. Quest’ultimo ordinò la creazione di un ghetto nel rione Sant’Angelo (zona già ad alta concentrazione di ebrei) dotandolo di solo 2 accessi, uno per l’entrata e l’altro per l’uscita, ed obbligò gli ebrei a resiedere esclusivamente in tale ghetto, oltre a portare segni distintivi per essere riconosciuti (berretto per uomini, foulard per donne) e proibì loro di possedere beni immobili ed ogni commercio ad eccezione di stracci e vestiti. Gli ebrei fecero di necessità virtù: spostarono i loro interessi sui beni mobili per eccellenza (oro e denaro in generale) e divennero abilissimi mercanti di vestiti e tessuti.
  2. Non è il primo ghetto ebraico italiano. 40 anni prima fu fondato quello di Venezia, con regolamentazioni simili ma non stringenti come quelli applicate nello Stato della Chiesa. Oltretutto c’erano ghetti anche per altre nazionalità, come quello per i tedeschi o per i turchi.
  3. Il ghetto “originale” venne distrutto nel 1888, durante il regno d’Italia e nonostate gli ebrei fossero equiparati ai cittadini italiani, ma fu esclusivamente per… motivi sanitari. Infatti quella zona era così vicina al Tevere che durante le inondazioni in passato veniva invasa dalle acque e quindi era decisamente malsana.
  4. Il Tempio maggiore è stato inaugurato nel 1904 su un terreno comprato dalla comunità ebraica nel 1897. Il Museo è molto più recente, essendo stato inaugurato nel 1960.
  5. La religione ebraica è monoteistica, ma i riti che vengono usati invece possono variare. Esistevano infatti diverse “scole”, ovvero centri di aggregazione sia religiosa che culturale per la comunità. Infatti, oltre alla scola italiana, con le migrazioni del passato si crearono scole spagnole (Catalana, Castigliana e Siciliana) e persino scole tedesche.
  6. Per gli ebrei il matrimonio è un contratto che garantiva i diritti della donna in caso di divorzio, e per questo veniva conservato dalla madre della sposa.  Questi contratti sono creati sotto forma di tessuti con decorazioni ed immagini di donne virtuose o eroine che portavano lo stesso nome della sposa. Sempre in ambito matrimoniale, durante la celebrazione il fratello dello sposa secondo il rito doveva tenere alto un cero: questa consuetudine ha dato origine al modo di dire “reggere il moccolo”, usato quando tra due fidanzati si trova un terzo incomodo.
  7. All’ingresso del Tempio Maggiore (poco prima di entrare nel museo) siamo dovuti passare sotto un metal detector con gente armata di guardia. La cosa mi sorprese, ma poi ci spiegarono che vogliono evitare che ricapiti una tragedia come quella del 9 Ottobre 1982. In quel giorno terroristi armati approfittarono di diverse celebrazioni contemporanee all’interno del Tempio Maggiore e quindi del grande afflusso di persone (erano presenti anche diversi minorenni) ed attesero la folla in uscita dal luogo di culto, facendo fuoco. Ci furono diversi feriti ed un solo morto, un bambino di 2 anni colpito dalla scheggia di una bomba a mano.
  8. Il museo è visitabile dalla domenica al venerdì, esclusi quindi sabato e festività ebraiche, e nel prezzo è compresa la guida per visitare il Tempio maggiore. Per il tempio spagnolo bisogna prenotare a parte. Il prezzo intero è di 11 euro, che scala a seconda di gruppi, età o disablità (in questo caso è gratuito). Per ulteriori e più precise informazioni, date un’occhiata al sito

Quindi, consigliato? Direi proprio di SI. E’ un quartiere pieno di cultura (ed anche di ristoranti) che io stesso ho appena iniziato a conoscere. Quindi, se capitate per Roma e mentre passeggiate lungo il Lungotevere e vi capitasse di passarci, dategli un’opportunità.

Alla prossima!