Archivio mensile:dicembre 2015

Elogio al (sano) egoismo

Ieri stavo vagando per la mia piccola cittadina, dopo essermi tagliato i capelli e cercando di godere per qualche minuto del calore dei raggi del Sole direttamente sulla mia testa molto meno coperta. I miei piedi mi portarono al parco, e più precisamente su una panchina sempre al Sole che si trova di fronte alle giostre per i bimbi. E’ qui, una volta seduto, che ho visto quanto segue.

Due bambini, avranno avuto 4-5 anni ognuno, che camminano sul brecciolino con in mano ognuno un piccolo sacchettino di patatine. Dietro a loro quella che doveva essere la madre. Ad un certo punto il bambino A fa un movimento piuttosto inconsulto (non l’ho capito nemmeno io, mi sembrava stesse cadendo ma forse cercava di guardare qualcosa al lato della sua visale in maniera goffa e un pò troppo affrettata) e praticamente strapa completamente la sua busta di patatine e le lascia cadere per terra tutte. Non sto qui a dirvi i pianti del bambino A, con la madre che cerca prima di calmarlo, poi si rivolge al bambino B, che osservava tutto in silenzio con il suo sacchettino di patatine ben stretto tra le mani chiedendogli se può fare a metà con il bambino A. Bambino B rifiuta categoricamente (fa un “no” con la testa) e riprende a mangiare.

Non è finita la vicenda, ma mi fermo momentaneamente qui. Mi ha dato parecchio da riflettere questo evento. Bambino B ha fatto male? Secondo me…. no. Non credo sempre che l’altruismo sia la cosa migliore a prescindere in assoluto. Ha ricevuto un “benefit” tutto per sè, ed adesso per colpe non sue deve perderlo/limitarlo? Con che diritto gli si chiede una cosa del genere? Con che diritto una persona dovrebbe limitare a volte pesantemente la propria felicità per un “bene comune”? MI sono tornate in mente diverse situazioni con cui ho avuto a che fare, dall’utilizzo di oggetti personali da parte di altri senza chiedere al proprietario (anche quando bastava un “posso usarlo per qualche minuto?”), al trovarsi in una situazione personale piuttosto disagiata e puntare il focus sul “deludere le aspettative altrui”, fino ai casi più grandi di persone che sono in crisi di coppia perchè uno dei due deve sobbarcarsi situazioni personali disagiate e CONTEMPORANEAMENTE deve badare anche all’amato/amata che invece non capisce e vuole che l’altro sia SEMPRE E COMUNQUE a disposizione.

Da piccolo sono stato piuttosto timido. Parlavo poco, ero una persona calmissima (in apparenza) e anche poco interessante. Agognavo l’amicizia altrui, la bramavo come l’acqua, eppure i muri che mettevo davanti a me non erano facilmente superabili. Una volta cresciuto, ho lentamente perso queste barriere ma in compenso ho guadagnato un certo occhio critico, principalmente su me stesso e di conseguenza anche verso il mondo che avevo intorno, suoi abitanti compresi. Ed in quel periodo ho capito che non avrei avuto tanti amici. Non l’ho mai vista come una cosa negativa, in realtà, ma soprattutto perchè faccio una netta distinzione ancora adesso tra “amici” e “conoscenti”. I secondi passano, i primi si formano per rimanere, per combattere il tempo insieme a te.  I primi sono quelli che ti conoscono in parecchi dei tuoi aspetti, anche quelli che giudicano negativi o che magari non capiscono granchè, eppure alla fine ti vogliono bene.

Noi siamo delle isole, facenti parte di un immenso e fitto arcipelago bagnato dallo stesso mare. Ma resta il fatto che siamo fondamentalmente soli. Dobbiamo badare prima di tutto a noi stessi, alle nostre esigenze, ai nostri sogni/aspettative, poi a tutto il resto. Noi abbiamo il dovere di creare ponti, ma solo quando abbiamo già avviato i lavori necessari per migliorare noi stessi. Non prima, lasciando che gli altri vedano la nostra crisi e soprattutto noi che non facciamo nulla per risolverla. A volte saremo costretti ad alzare quasi tutti i ponti, a chiudere momentaneamente i collegamenti, magari avvertendo che lo si farà (sarebbe la cortesia minima, tra amici ^^”), ma non credo dovremmo in quel caso sentirci troppo in colpa. Anche nel caso altri amici siano in difficoltà. Come puoi dare il massimo di te per gli altri se NON SEI il massimo di te? Che aiuto potresti dare mai, se sei ridotto ai minimi termini? Con questo non voglio dire di isolarsi, solo di concentrarsi su sè stessi. Se sono amici, e se sanno il motivo, come possono non capire? L’amicizia e l’amore sono due grandi limiti alla nostra libertà, ma per lo meno sono limiti scelti da noi e che consideriamo positivi. Se diventano ancor più limitanti per il nostro benessere, che senso hanno di esistere? Per questo elogio il (sano) egoismo, quello che ci spinge a migliorare la nostra situazione con le nostre forze, perchè noi stessi dobbiamo sempre avere la massima priorità. E’ il primo e fondamentale passo per sopravvivere. Credo che qualche gorno fa sul giornale “Il Messaggero” ho letto la seguente frase: “E’ l’amore per se stessi che ha permesso all’umanità di crescere e sopravvivere ai secoli”. Secondo me si abbina in un certo qual modo a quello che ho detto.

A proposito, sapete poi come è finita la vicenda dei due bambini? Bambino A piangeva a dirotto, la mamma cercava di consolarlo e bambino B mangiava le sue patatite con molta velocità. Dopo un paio di minuti bambino B si è fermato e ha lasciato il sacchettino di patatine a bambino A, che ha smesso di piangere e ha finito di mangiare quelle che erano rimaste. Bambino B probabilmente era sazio e comunque gli dispiaceva per l’altro, quindi solo in quel momento ha potuto essere altruista e dare il resto delle patatine a bambino A. Solo quando Bambino B era “felice” ha potuto rendere “felice” bambino A.

PIù chiaro di così….

Alla prossima!

32: le foto che non ho fatto

Stazione. Indossava un cappottino bianco, pantacollant violacei con rilievi floreali,  scarponcini di pelle, sciarpa al collo che le copriva la parte inferiore del viso. La vedevo di profilo. I suoi capelli castani le mascheravano parzialmente un viso assorto, che puntava verso il basso. I piedi erano incrociati,  quasi avesse pensato di fare un passo in avanti ed alla fine ci avesse ripensato, pur non fermando il movimento. Questa foto l’avrei chiamata “L’attesa”.

Sul treno. Di fronte a me ma leggermente spostata verso destra. Capelli ramati che le superavano di poco le spalle. Una maglietta nera, uno scialle grigio con disegni geometrici neri che le copriva le spalle. Pelle nivea, quasi lunare. Mani incrociate sul grembo. Una compostezza che ispirava una dolce tranquillità.  Guardava fuori dal finestrino, con uno sguardo tra il pensoso ed il malinconico,  e la luce dall’esterno le illuminava gli occhi scuri. Aveva un so che di soprannaturale. Questa foto l’avrei chiamata “la Madonna dei treni”.

Fuori dalla stazione Termini. Un venditore ambulante davanti alla fermata degli autobus. Probabilmente extracomunitario, sicuramente con la pelle molto scura. Alto almeno un metro e 90. Secco, e per questo sembrava ancora più immenso. Indossava una giacca a vento gialla, jeans strappati all’altezza delle ginocchia e scarpe Superga bianche. Aveva in testa un curioso cappello a punta verde con un disegno quasi sicuramente natalizio (una renna?) e vendeva ombrelli di quelli tascabili. Aveva le braccia quasi completamente spalancate. Ne stringeva uno per mano, altri due erano agganciati agli avambracci,  ed altri 4 sulla stessa giacca. Tutti di colori diversi. Questa foto l’avrei chiamata “Un albero di Natale in autunno”

Villa Borghese. Due persone di spalle che camminano in salita. Non le vedo bene, anche perché sono letteralmente sovrastate/quasi scompaiono dietro i loro zaini da campeggio, enormi. Avanzavano barcollando, forse stremate a giudicare da quanto ondeggiavano. Questa foto l’avrei chiamata “La prossima volta affittiamo un camper. O almeno un mulo”

Villa Borghese. Su una delle panchine del parco, al Sole. Un uomo con un giacca nera e pantaloni scuri sta passando il tempo facendo un cruciverba della Settimana Enigmistica. Accanto a lui, una specie di piccolo gnometto in tuta blu che gli sta attaccando al fianco. La cosa bella è la loro identica concentrazione, espressa con gli stessi occhi socchiusi e lo stesso naso vagamente arricciato. L’uomo per capire una eventuale soluzione, il bambino credo fosse per imitazione.  Questa foto l’avrei chiamata “Tale padre, tale figlio”

Perché non le ho scattate? Due motivi:
– il primo, e anche il meno importante, è che di solito chiedo sempre il permesso prima di fare una foto a qualcuno. Reazione personale della faccenda: è la cortesia che vorrei avessero con me ^^”
– il secondo, per il quale manderei al diavolo il primo motivo e mi beccherei volentieri un “IPOCRITA” grosso come una casa,  è che purtroppo quasi sempre nessuna foto vale il mio occhio. Non sono così bravo a scattare foto, e purtoppo nemmeno così veloce a cogliere l’attimo.

Alla prossima!

32

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Presto!! Non vedete che si sta strozzando???

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Tutto è grandioso di Roma. Anche i piccioni!

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I 10 comandamenti del cioccolato

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Uno dei due deve essere DAVVERO affamato

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Semafori con il conto alla rovescia?

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Alla prossima!