Tra verità e “semplici” conseguenze

Nel mio lavoro sto vivendo un periodo di… irrequietezza. Magari ne parlerò in un prossimo post, ma un piccolo accenno posso farlo oggi, anche perchè vorrei discutere di un binomio che mi è balzato agli occhi in questi ultimi giorni (anche se ammetto di averlo capito almeno settimane prima): la differenza tra verità e conseguenze dei fatti.

Faccio un esempio: il mio compito, in quanto portalettere, è consegnare raccomandate (hanno la priorità) e anche la posta ordinaria. Ora immaginate di non avere una zona fissa, ma di dover cambiare almeno tra due zone in continuazione; immaginate anche che la zona sia obiettivamente piuttosto grande, e sebbene ti dicano che la posta vada consegnata TUTTA ogni giorno sappiano benissimo che non è umanamente possibile, se non la si ha fissa.

I miei problemi, considerate le premesse, sono che per i miei superiori non porto abbastanza posta. E non hanno tutti i torti: di mio so di non essere particolarmente veloce, sebbene stia cercando in tutti i modi di accelerare. Aggiungo anche che per imparare i “segreti” della zona che mi viene assegnata (ovvero, dove andare per prima per andare a colp sicuro e togliersi un bel pò di posta) ho bisogno di più giri, di più giorni. Continuativi sarebbe il massimo, ma almeno del tempo necessario ad uno zuccone come me di capire bene dove andare. Quando acquisto un minimo di confidenza, mi preparo la posta che sono sicuro di poter portare e di riuscire a consegnare quel giorno. Da qui, il problema: non ne porto mai abbastanza.

… ma sarà davvero così? In effetti vedo sempre gli altri miei colleghi riempirsi fino all’inverosimile di posta ed uscire con carichi non da poco. Il fatto è che molte volte, quando ritornano, portano con sè una buona parte della posta che hanno portato con sè. Chiariamoci, non è perchè non lavorano: semplicemente nel tempo di lavoro stabilito non riescono a portarla tutta. La domanda quindi mi sorgeva spontanea: alla fin fine io porto con me un quantitativo di posta molto simile a quello degli altri, e se proprio volessi fare il pignolo direi anche che la posta che prendo non la riporto mai indietro. Eppure sbaglio… ma perchè?

Semplice: il direttore passa la mattina a controllare i vari casellari, quindi se li vede vuoti è contento. Quindi, al nostro direttore giocoforza non conta la verità, ma solo l’illusione della verità, ovvero le semplici conseguenze dei fatti. SA benissimo (immagino) che buona parte della posta ritorna indietro, ma almeno se dovesse eventualmente passare un controllo dalla sede centrale, la maggior parte della posta sarebbe “virtualmente” consegnata.

Mio padre dice che è normale. Io penso che sia vagamente assurdo, proprio per il fatto che venga considerato normale. Ma probabilmente dovrò adattarmi… a questa incongruenza di fondo.

LO so, intervento fondamentalmente inutile. Ma ormai di queste incongruenze di vita ne vedo sempre più. O forse ho solo voglia di essere un pò polemico.

Alla prossima.

 

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2 pensieri su “Tra verità e “semplici” conseguenze

  1. howling mad

    … Non ho parole.
    Come si suol dire: quando si va a Roma, fa come fanno i romani.
    Tutti portano tutto il casellario dietro? Fallo anche tu. So che sembra stupido e forse anche contro i buoni principi che hai, però a mali estremi servono estremi rimedi.

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    1. the Lost Wanderer Autore articolo

      Sono anche pigro, a dire il vero, quindi portare tutto il casellario implica poi al ritorno doverlo rimettere a posto. Con una certa perdita di tempo XD ormai i momenti assurdi fanno parte della mia attività lavorativa, ci sto quasi prendendo l’abitudine ^^”

      Rispondi

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