L’ultima battaglia – Cap.7: impazzire

L’anziana infermiera in camice bianco percorre un lungo corridoio bianco ed asettico, tenendo tra le mani un vassoio con sopra una siringa piena di un qualche medicinale e un tampone. Guarda l’orologio al polso destro con una certa apprensione, per poi accelerare il passo e cominciare a guardare i cartelli appesi su ogni porta presente ai lati del corridoio. Raggiunta la porta “B32”, si ferma e prende dalla tasca del camice un tesserino magnetico, che passa davanti al lettore a fianco della porta. Un BIP di conferma di avvenuta identificazione, e la porta che si apre lentamente. L’infermiera guarda di nuovo l’orologio al polso, sorridendo. Lo sguardo va al paziente sdraiato sul letto, intubato ad entrambe le braccia e pesantemente anestetizzato. L’infermiera, evidentemente avendo abbastanza tempo a disposizione, si ferma a guardare il misterioso “Paziente X”, diventato una sorta di leggenda dell’ospedale psichiatrico. Arrivato due mesi prima, avevano provocato una certa curiosità le disposizioni arrivate tramite mail all’ospedale direttamente dal Ministero della Sanità: il paziente John Smith (tutti avevano pensato che il nome era falso) doveva essere continuamente sedato tramite dosi massicce di Intrazen (un farmaco sperimentale, un sedativo da utilizzare in caso di ferite gravissime) e nutrito tramite endovena, e la sua sistemazione coincideva con l’ala dei pazienti con problemi mentali che li avevano fatti regredire allo stato dell’infanzia. L’infermiera scopre leggermente il braccio del paziente, battendo leggermente le dita sull’incavo del braccio per far apparire un vena. Quindi fa uscire un po’ di liquido dalla siringa e inietta il rimanente nella vena dell’uomo sedato. Poi, come da disposizioni datele proprio questa mattina, esce velocemente dalla stanza lasciando però la porta aperta e percorre il corridoio all’indietro. Mentre torna al piano terra, l’infermiera non può fare a meno di domandarsi il perché di quelle strane nuove disposizioni del Ministero. Soprattutto perché spostare il paziente al quarto piano, quello dei malati mentali con tendenze suicide?. E poi … perché era stato detto a tutti i responsabili dell’ospedale di abbandonare l’edificio e di trasferirsi nell’altra sede, ad almeno un paio di chilometri di distanza?

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Passati una ventina di minuti, il paziente apre gli occhi. Per poi richiuderli un attimo dopo, accecato anche dalla debole luce bianca al neon della stanza. Persino una smorfia di dolore … o di fastidio.

“Perché sono sveglio?” il primo pensiero che gli passa per la mente, seguito da “Da quanto tempo ho dormito?” questa volta però sussurrato. Muove le braccia a fatica, portando una delle mani davanti agli occhi non più abituati a qualcosa di diverso dal buio, mentre l’altra mano viene usata per cercare di mettersi in posizione seduta. Ma la forzata inattività si fa sentire, e anche fare questa cosa tanto semplice diventa piuttosto complicato. Ma il dolore fisico passa in secondo piano, quando qualcosa di invisibile sembra colpirlo in piena fronte. Infatti subito torna sdraiato, con entrambe le mani portate all’altezza delle tempie. Gli occhi serrati, la mascella rigida. Mugugna dal dolore, a quanto pare piuttosto intenso.

L’uomo con il passare dei secondi sembra però riuscire a controllare la sua improvvisa fitta, cominciando a respirare più lentamente, quasi forzando un respiro tanto lento, e riuscendo persino ad aprire gli occhi. Che però sono iniettati di sangue, quasi l’intera pupilla sia diventata rossa. Riesce persino a rimettersi seduto, sempre con una mano su una tempia.

“Accidenti …” borbotta sempre con il respiro affannato “… non è diminuito per niente …” cerca di muovere i piedi ma questi non rispondono all’appello. “Forza!” dice loro, cercando di sforzarsi. Niente. Chissà quanto tempo è rimasto immobile. Lo sconforto lo prende “Devo trovare un’infermiera per farmi dare il sedativo … o potrebbe essere troppo tardi”. Allora, gli occhi si fanno vitrei, mentre cercano intorno alla stanza. Si ferma ad osservare il muro alle sue spalle “Una persona … allegra … anche se lontana …” un profondo respiro, quindi gli occhi che si chiudono e il respiro che si interrompe per qualche secondo. Gli occhi si riaprono, tornano della colorazione rossa di prima. Un leggero sorriso sul suo volto “Ce la farò.” Annuisce, per poi cadere giù dal lettino e strisciare verso la sedia a rotelle poco lontana. Raggiuntala, con una certa fatica riesce a sedersi. Preso possesso del veicolo, solo in quel momento si avvede della porta aperta. In qualche modo riesce ad uscire dalla stanza, raggiungendo il corridoio. Tutte porte con serratura magnetica, e tutte chiuse. Nonostante facesse immensi sforzi per combattere quello che poteva sembrare un gigantesco mal di testa … “ … perché la mia era l’unica porta aperta?” si domanda, guardando la targhetta della sua stanza, l’unica cosa che la differisce da tutte le altre chiuse.

Non fa in tempo a domandarsi altro, che sente le serrature di tutte le stanze del corridoio bippare contemporaneamente. E tutte le porte aprirsi. Anche non sapendo il perché, una certa inquietudine lo prende. Si rende inconsciamente conto che si tratta di un pericolo. Facendo forza sulle braccia, cerca di percorrere il lungo corridoio, mentre dall’interno delle stanze cominciano a farsi sentire rumori soffocati, poi deboli lamenti. I lamenti … si trasformano in urla disperate.

Proprio in quel momento, quando con la carrozzella ha ormai raggiunto la metà del corridoio, il paziente smette di spingere le ruote. Le mani si riportano di nuovo alle tempie, gli occhi si chiudono di nuovo e i denti si serrano con una certa violenza. La schiena si inarca all’indietro, quasi qualcuno alle spalle gli stesse tirando i capelli. Anche il paziente comincia ad urlare, un urlo sconnesso, e si agita tanto da cadere dalla sedia a rotelle.

Nessuno riconoscerebbe in lui uno degli eroi della famosa Ultima Battaglia, e dopo quello che stava per succedere nessuno, se lo avesse riconosciuto, lo avrebbe più considerato tale. Gli istinti suicidi, stranamente potenziati, di tutti i pazienti del piano lo prendono in pieno e lo mettono davanti ad un’impresa disperata. Deve contenersi, deve fermare il suo potere empatico prima di provocare un disastro. I secondi che passano, inesorabili, lo devastano. Lo sforzo è così immenso che dal naso e dalle orecchie comincia ad uscire sangue, che macchia per terra. Sa già che la sua sorte è segnata, ma eroicamente cerca di resistere, per sperare che almeno qualcuno si allontani abbastanza da salvarsi. Riesce a resistere per una decina di secondi, mentre combatte contro l’inferno. Alla fine smette di agitarsi, gli occhi si riaprono bianchi come la morte e dopo qualche secondo un fiotto violento di sangue gli esce anche dalla bocca. Soffocandolo.

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Tutti a New York ricorderanno a lungo l’inspiegabile ondata di suicidi di massa che coinvolse più di 30000 persone distanti ad un raggio di un chilometro dall’ospedale psichiatrico. Le strade, i palazzi, i negozi … tutto si macchierà di fiumi di sangue. E la scritta “B32”, che comparirà su diversi muri nella zona dell’ecatombe, diventerà l’unico indizio di questo caso tanto inspiegabile quanto raccapricciante.

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