Anime della nebbia (parte 16 – A volte ritornano)

Altro capitolo. Non disperate, ormai ho praticamente finito questo raccontino tirato fuori da un sogno fatto chissà quanto tempo fa. E almeno per me è stato anche un piacere scriverlo. Piacere e quasi dovere, in un certo senso. ^^”
 
E’ notte. Nel mio sogno mi ritrovo ad osservare la villa Hemingway dall’esterno. E’ tutto buio, luci spente sia in giardino che dentro la casa. Nessuno in vista. Un grandissimo silenzio, interrotto ogni tanto da un leggero vento che muove le foglie degli alberi del giardino. Ma è un sottofondo davvero tenue. Poi mi ritrovo nella sala privata del signor Hemingway, la stessa dove ho visto diverse volte il detective fare rapporti sulle indagini al padrone di casa. La sala è vuota ed in penombra, visto che la poca illuminazione proviene da dei lampioni accesi lungo la via non molto lontana dalla finestra della stanza. Sento qualcuno infilare una chiave nella serratura, girare la chiave e lentamente e con passi anche piuttosto pesanti fare il suo ingresso. Dalla chioma piuttosto candida, riconosco che è il signor Hemingway. Indossa una sorta di vestaglia rossa, e ha in mano un bicchiere di qualcosa che sembra whisky (non ci capisco nulla di alcolici, spero mi perdonerete… ma sicuramente è qualcosa di alcolico ^^”). Sembra piuttosto rilassato, e non sembra importargliene molto della penombra. Anzi, si dirige verso la sua scrivania (che dà le spalle alla finestra) e si siede più comodamente possibile. Si sgranchisce il collo, quindi sorseggia il liquido nel suo bicchiere. E la cosa sembra piacergli, a giudicare dall’espressione sul suo viso. Quindi, fa un profondo respiro e fa per girarsi ad osservare la finestra… ma mentre lo fa si accorge del suo accendisigari e di un sigaro sistemati ad un angolo del tavolo. Hemingway li osserva per qualche secondo, quindi prende entrambi e si accende il sigaro, aspirando a pieni polmoni. Dopo due boccate si sente una voce "Una volta che si comincia a fumare è dura smettere, non è vero?". La voce non mi è nuova, e sinceramente io (come il signor Hemingway, che quasi sobbalza e si guarda attorno) non riesco nemmeno a trovare la fonte del suono. E’ come se ci fosse un fantasma nella stanza. Come se fosse stato il buio ad aver parlato. Subito il signor Hemingway apre uno dei cassetti della sua scrivania ed estrae una pistola, puntandola un pò dappertutto. La sua ricerca però viene facilitata di molto, perchè pochi secondi dopo compare anche la persona che ha parlato. Si "materializza" da una zona d’ombra vicino all’ingresso, e si tratta proprio del detective. Ma è una figura piuttosto.. insolita. Non indossa il suo cappello e il suo impermeabile, ha una camicia annerita e in alcune parti bruciata, pantaloni lacerati e delle scarpe da ginnastica. Il viso, poi, è profondamente pallido, con un occhio coperto da delle bende e diversi graffi e tagli sul suo viso. Il braccio destro è stretto al petto tramite una fasciatura. Il signor Hemingway lo riconosce all’istante e sul suo viso compare per qualche secondo un’espressione terrorizzata. "Sono venuto un ultima volta per farle il resoconto delle mie indagini… e portarle le conclusioni." nessun tono nella sua voce, quasi ripetesse una cosa registrata. Il padrone di casa supera il momento di smarrimento e immediatamente punta la sua pistola contro il redivivo detective "Come… come fai ad essere vivo?" Peter osserva Hemingway e la sua pistola quasi fosse una cosa normale, quindi fa qualche passo verso la scrivania "Vuole uccidermi di nuovo? Sprecherebbe colpi.. io sono morto nel magazzino insieme ai suoi uomini. Non l’hai sentito il telegiornale?" Quindi si ferma, fruga con la sinistra nella tasca del pantalone e prende una sigaretta che si mette tra le labbra, quindi dalla tasca prende anche un accendino e cerca di accenderla "Accidenti… non sono abituato ad usare la sinistra…" commenta quasi tra sè ed ignorando Il signor Hemingway, che ancora non crede a quello che sta vedendo. Quando finalmente riesce ad accendere la sigaretta, posa di nuovo l’accendino in tasca e torna a guardare il padrone di casa. la distanza tra i due è di circa tre metri. "Non esiste alcun rubino." è la prima cosa detta dal fantasma "E’ stata una stupida scusa per assoldarmi e tenermi sotto controllo. E che non ho capito." annuisce, mentre Hemingway continua a tenerlo sotto tiro "Quando sono entrato nella stazione di polizia, quando ho fatto visita a Black Jack, quando sono stato attaccato al porto… tutta opera sua. Tutto per fare in modo tramite me di avere informazioni indispensabili per il suo piano." ha ancora la sigaretta accesa tra le labbra, ma non aspira "Avevo sempre e comunque qualcuno alle calcagna. Ma ero così impegnato a pensare che la mia vita faceva schifo da non accorgermene." sbuffa "Il suo piano consisteva nell’uccidere Black Jack, signore della malavita della città, e se possibile uccidere anche me." Hemingway lo osserva ed ascolta attento "Il killer che ha cercato di uccidermi, prima di svenire per il dolore mi ha detto alcune cose interessanti. La banda del serpente non aveva rubato alcun rubino… certo, poteva mentire ma le assicuro che quando ero in vita sapevo far "cantare" ogni tipo di persona, e comunque era ridotto male… e soprattutto che il suo boss era anziano e gran fumatore." il detective abbozza un sorriso, che però dato il pallore del viso ha un non so che di spettrale. "Avevo già i miei sospetti su di lei. Dagli archivi della polizia ho rivisto la foto del ragazzo…" si ferma e abbassa leggermente il capo, quasi avesse toccato un argomento doloroso per lui. Subito si riprende "Ho rivisto la foto della persona che ho ucciso senza che fosse una minaccia… della persona che mi tormenta quasi ogni notte. Ed indovini un pò? Le assomiglia e non poco." Il signor hemingway stringe l’impugnatura della pistola, fino a che non gli si sbiancano le nocche. Probabilmente è furioso "Non sapevo se fosse suo figlio, o suo nipote… ma non mi importava. Se voleva vendetta, se voleva la mia vita…" lo guarda malinconico e profondamente dispiaciuto ".. non avrei fatto storie. Non avrei neanche opposto resistenza. Le bastava mandare, invece del suo maggiordomo, un killer nel mio vecchio ufficio e sarei morto senza storie. E invece…" sospira di nuovo, facendo un altro passo verso il padrone di casa, che riprende immedatamente la mira ".. mi ha usato per arrivare a Black Jack. Sapeva che ero una delle poche persone… l’unica non criminale… che conosceva l’ubicazione del suo covo ed il modo come arrivarci. E farlo saltare in aria è stata una buona mossa." Detto questo, il detective deglutisce e serra la mascella "Ma lei.. lei…" il tono si fa carico di odio con il passare del tempo ".. ha decisamente esagerato." Peter respira sempre più velocemente, quasi fosse una specie di toro "Non mi importava assolutamente nulla della fine di Black Jack. Abbiamo collaborato spesso insieme, ma lui è un criminale e io rimanevo sempre e comunque un poliziotto. Ma… la centrale di polizia…" anche lui stringe il pugno, che trema visibilmente "… quello non doveva farlo. L’unica persona che contava qualcosa.. tutto.. per me… ha rischiato di morire a causa della sua bomba." Lo sguardo è furioso, gli occhi dello "spettro" sono iniettati di sangue, tanto da fare uno strano contrasto tra il rosso e il suo viso così pallido "E anche se la colpa è stata mia… IO le ho detto che il killer che ha cercato di uccidermi era alla centrale… lei non… doveva… farlo!!" dà un violento pugno sulla scrivania di fronte a sè, e il signor Hemingway sobbalza, spostandosi con la sedia un pò più indietro, sempre non perdendo la mira "In questo momento vorrei strapparle il cuore con le mie mani e calpestarlo con i miei piedi fino a ridurlo ad una poltiglia informe… o spararle così tanti colpi addosso da fare in modo che nessuno possa più riconoscerla…" ansima, non capisco però se per una specie di fatica o sempre il fatto che è furioso. La situazione è tesissima. Rimangono entrambi nella stessa posizione per diversi secondi. Sembra TUTTO immobile. Poi, Peter si allontana di un paio di passi dalla scrivania e sembra riacquistare il controllo "Ma non sarò io a vendicarmi. Ormai, non mi è più concesso…" aspira un pò dalla sua sigaretta, e tossisce un paio di volte "Black Jack non è morto. Black Jack e la sua banda è qui, in casa sua. Prima di morire l’ho informato del mandante della bomba nel suo locale. E credimi… hai rischiato di uccidere sua figlia, ed è furioso. E nessuno vorrebbe vederlo in questo stato, anche perchè è davvero inquietante e spaventoso." Il signor Hemingway con la mano libera cerca di premere un bottone sotto la sua scrivania, ma a giudicare dalle volte che ci prova c’è qualcosa che non va. "Non si affanni a premere pulsanti. Avrà sicuramente fatto saltare tutto l’impianto elettrico e l’antifurto." il tono non è ironico, lo dice come una semplice constatazione dei fatti. "Quindi sarà lui a vendicarsi di voi. Io non ho più motivo di essere qui." e mentre dice questo, da le spalle al padrone di casa e fa per allontanarsi. Ma subito si ferma, non appena sente una pistola che viene caricata. Si volta di nuovo. "Vuole spararmi?" Il signor hemingway replica "Io ti ucciderò.. maledetta canaglia!!" Peter sospira, si sistema in modo tale da farsi vedere meglio e replica "Sono qui." I colpi di pistola non si fanno attendere: 4 colpi di fila, mirati addosso al corpo del detective da una distanza di massimo 3 metri. Si alza un leggero fumo… e il detective è ancora lì, illeso. "Non ha capito che sono già morto? Come lo sarà lei tra poco. Ma se non crede ai fantasmi… può sempre pensare che l’agitazione le ha fatto mancare il bersaglio. Ma deve essere davvero un pivello, se anche agitato mi manca da così vicino. A lei la scelta su cosa credere… e sarà l’ultima, credo." Detto questo, si avvia di nuovo verso la zona d’ombra da dove era uscito e scompare, quasi fosse inghiottito dal buio. Il signor Hemingway è terrorizzato, così tanto che l’espressione quando arriva Balck Jack nella stanza, armato di tutto punto e carico di furia omicida, non cambia minimamente. Solo urla, disperato….
 
Poi… tutto è spostato al’esterno. Precisamente, vicino ad uno degli alberi del giardino della villa Hemingway. Peter Red si trovà lì, con la schiena appoggiata al tronco e la sigaretta ancora tra le labbra. Guarda il cielo, le stelle. Essendo saltato tutto l’impianto di luci della grande villa, ed essendoci un certo buio, il panorama davanti agli occhi del detective è meraviglioso. Immenso. Un sacco di stelle davanti ai suoi occhi. Peter non dice nulla, forse in parte incantato dallo spettacolo… ma dopo qualche secondo sente dei passi lenti dietro di sè. Lenti ma non furtivi. "Allora Jack… ?" Black Jack compare infatti alle sue spalle, e si sistema al suo fianco "Adesso ho sistemato tutto." il detecive si volta per guardalo "E il vecchio signor Hemingway…?" domanda, ricevendo come risposta un "Sei sicuro di voler sapere che fine ha fatto?" Il detective sospira "No. Non voglio saperlo." Poi, entrambi si zittiscono e rimangono ad osservare il cielo notturno per un pò. Black Jack prende una sigaretta e la accende anche lui "Sei sicuro della tua scelta?" domanda serio. Peter non risponde subito, quasi ci stesse pensando su "Si… no… non lo so, ci devo pensare." "Lo sai che mia figlia, da quando le ho detto che sei morto, non mi parla più?" informa con una leggera ironia il criminale. E anche il detective abbozza un sorriso "Le passerà. E’ giovane.. ha tutta la vita davanti. E come hai detto tu, io sarei stato solo un errore." Jack lo osserva attento "Sai… stavo cominciando a cambiare idea. Hai tutte le doti per diventare un ottimo criminale" Peter smette di sorridere "Non dirlo neppure per scherzo." Il criminale solleva entrambi le mani, come per arrendersi "Scusa… non fare l’offeso." Passa ancora qualche minuto di silenzio, poi il detective gli domanda "Piuttosto.. hai con te quello che ti ho chiesto?" Jack annuisce e gli mostra un passaporto ed una carta d’identità "Si.. da questo momento tu sei John Anvilbind. Con questi puoi andare in’un’altra città senza problemi di essere identificato… e dal nuovo posto dove andrai, potrai trovare il modo di cambiare di nuovo identità. Così che nemmeno io sappia più chi sei." Il detectiva annuisce, mettendosi i documenti nella tasca dei pantaloni. "E come hai fatto per il riconoscimento del tuo cadavere? Il corpo che hai vestito con i tuoi abiti ti somigliava, ma riuscire addirittura a sfuggire ad analisi approfondite…" "L’addetto alle analisi è una persona che mi doveva un favore. Un GRANDISSIMO favore…" risponde secco il detective. Poi stacca la schiena dal tronco "Chissà se gli sarà passato per la mente che la sua pistola era caricata a salve." Jack scoppia a ridere "Prima che mi vedesse, ripeteva qualcosa tipo "non è possibile, non è possibile" e in maniera ripetitiva. E certo, come ti sei presentato, eri inquietante." Il detective scuote il capo, quindi fa qualche passo in avanti. Spegne la sigaretta sopra il suo pantalone. Mentre fa per andarsene, si ferma quando gli arriva una domanda "Ma sei davvero sicuro di voler scomparire? Non eri tu che mi dicesti che la solitudine è la cosa peggiore per un uomo?" Peter si gira, e sorride malinconico "Ho fatto troppi casini nella mia vita. L’ho rovinata per mia volontà… e l’ho rovinata a tante altre persone. E non mi importerebbe tanto, se non fosse che a quanto pare la mia presenza rovina la vita alle persone.. alla persona a cui tengo di più. Via io, tutti i miei problemi mi seguiranno." si gira di nuovo "E comunque.. non ho detto che me ne andrò via. Ho bisogno di riflettere. E ho tutto il resto della notte per farlo. Abbi cura di te, sporco assassino." Jack sorride e dopo aver finito la sua sigaretta, la getta a terra e risponde "Anche tu, sbirro."
 
Poi vedo Peter che lentamente si allontana. Tutto dietro di lui si fa indistinto e sempre più confuso, fino a sparire. Poi, nel mio sogno scompare nelle ombre anche Peter.
 
Alla prossima (???)
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