Anime della nebbia (Parte 7 – Rimpianti di uno stronzo)

In questo momento devo ammettere che il mio sogno si visualizza nella mia mente un pò appannato…. parlo di immagini, non di contenuti. Come una nebbia finissima, che fa vedere tutto eppure dà l’impressione che nasconda qualcosa. Ok, riprendo a raccontare visto che proprio non mi riesce di essere più chiaro. ^^”
 
In teoria il detective doveva attendere al bar davanti alla stazione di polizia l’arrivo dell’ispettore, nonchè sua vecchia compagna di lavoro Mary Ann Beagle. Ma è altrettanto vero che Peter non era entrato subito nel bar, preferendo prendere un’altra strada. Il mio sogno riprende quando ormai sono calate le ombre. All’inizio vedo l’esterno del locale… 3 persone che chiacchierano tra loro per poi scoppiare a ridere e darsi pacche sulle spalle, un signore che legge un giornale sfruttando la luce di un vicino lampione, due amati che si scambiano sussurri e sorrisi. Poi la scena si sposta all’interno del bar. Ai diversi tavoli, c’è ancora qualcuno che mangia qualcosa; girano ancora diverse cameriere, tutte di una certa età, che raccolgono i piatti sporchi ai tavoli e domandano per eventuali ulteriori ordinazioni. Una di queste si ferma proprio al tavolo del detective, che sembra piuttosto teso. Non si è nemmeno tolto l’impermeabile ed il cappello, e tra le mani stringe una tazza vuota. "Allora? Ordina qualcos’altro?" Il detective alza lo sguardo verso il muro che ha di fronte… inquadra un orologio, che segna le 6 di sera… quindi sbuffa e risponde "Altro caffè.". La cameriera annuisce e cammina verso il bancone. Il detective sbuffa, guarda prima l’orologio e poi la porta… ho sempre la sensazione che gli manchi pochissimo per alzarsi e fuggire… ma rimane ancora al tavolo a sbuffare e a ricevere caffè su caffè. Arrivano le 10 di sera, l’espressione del detective è come sempre impassibile ma i suoi occhi sono leggermente iniettati di sangue, forse per il troppo caffè. Dall’esterno del bar non si vede quasi più nessno… se non che dalla stazione di polizia esce una figura avvolta in una specie di cappotto. La nebbia che si è alzata all’esterno impedisce una corretta visualizzazione, ma quando arriva a pochi passi dal bar si ferma e dà uno sguardo all’interno inquadrando subito il detective. Come potete immaginare si tratta dell’ispettore. Lei rimane qualche secondo fuori la porta, non molto lontana dal signore che sta leggendo il giornale (ancora?) … un profondo respiro e quindi spinge la porta d’ingresso ed entra. Lei fa qualche passo incerto, cercando prima di capire se si tratta davvero della persona che doveva aspettarla; il detective in quel momento riceve l’ennesima tazza di caffè. Non sembra essersi accorto della nuova entrata. L’ispettore si avvicina al tavolo del detective e una volta raggiuntolo pronuncia uno stentato "Ciao." con un lieve sorriso in direzione del detective. Peter alza leggermente lo sguardo, incrociando gli occhi dell’ispettore solo per un paio di secondi, per poi riabbassarlo e borbottare "Allora? Hai portato quello che ti avevo chiesto?" L’espressione sorridente della donna scompare lasciando posto prima all’amarezza, poi ad una rigida serietà. Si siede al tavolo, per poi aprire il suo cappotto e gettare sul tavolo un fascicolo giallognolo. Il detective allunga una mano per avvicinare a sè il fascicolo, lo apre e comincia a leggere distrattamente le pagine all’interno. "Naturalmente sono solo fotocopie… ma comunque non avrei dovuto portarle fuori." abbassa il capo "Quindi.. spero di potermi fidare di te." Il detective, sempre con lo sguardo sulla cartellina, la chiude e mormora "Naturalmente.". La situazione entra in stallo: per qualcosa come 5/10 secondi c’è un innaturale silenzio. Entrambi sono com bloccati. Nessuno dei due parla o si muove. "Beh…" interrompe il detective, in modo stentato "Grazie ma devo andare…" afferma sempre con il cappello calato sugli occhi e cercando, almeno dalla velocità con la quale si alza, di fuggire. Ma la mano della donna si posa di scatto su quella del detective, immobilizzandolo a metà tentativo. "Aspetta." gli dice stringendo debolmente la mano di lui. ll detective ha un brivido.. una cosa di un attimo. La stretta è leggera eppure Peter non sembra essere in grado di muoversi. "Siediti un attimo, per favore." Il detective si siede di nuovo, senza dire una parola e sempre con lo sguardo basso, continuando a non guardarla. "Come va? E’ da almeno 3 anni che non parliamo un pò." Peter replica, freddo e rapido "Va tutto bene." non aggiungendo niente altro. Ancora silenzio tra i due, ma stavolta la donna sembra prendersela un pochino "Vivere come un barbone.. vivere a stretto contato con i criminali… essere sfrattati dalla propria casa… lo chiami vivere bene?" Il detective alza lo sguardo, incrociando quella della donna ma mantenendo il cappello ben calato sulla testa "Che fai, mi pedini? Non hai niente da fare che farmi seguire?" Promta la replica, in tono leggermente imbarazzato "Beh, mi preoccupo per te…". Questa volta è il detective che sembra essersela presa. Si toglie il cappello, ma molto lentamente, posandolo sul tavolo. Poi, fissando la donna negli occhi, comincia dapprima piano "E’ questo il problema. Non dovresti. Non devi." sospira con fare rassegnato "Hai una persona che pensa a te… quello che lavora dal sindaco, e continui a impicciarti dei miei affari." Allo sguardo sorpreso dell’ispettore il detective replica, stizzito "Pensi di essere la sola che ha informatori? Io mi informo sulle persone importanti…" si interrompe, quasi stesse per dire qualcosa che non deve, e riprende con tono più calmo" .. importanti come un sindaco, un ispettore di polizia…". Cala ancora il silenzio. Sembra che in quel bar nessuno faccia rumore, che nessuno respiri. "E comunque mi hai lasciato tu, 8 anni fa." termina il detective. Non lo avesse mai detto. La donna lo fissa, ma lo sguardo non è arrabbiato, furioso, terribile come si aspetta il detective… ma pietoso. "Dopo tutti questi anni… ancora non vuoi capire." sospira "Dopo quell’operazione in cui abbiamo sgominato la banda del Serpente, tu.. tu… non eri più lo stesso. Eri tornato lo scontroso e chiuso che eri i primi anni che ti ho conosciuto." lo guarda, dolce "Eri sempre silenzioso, nessun contatto con i colleghi… non parlavi più nemmeno con me!" Il detective sembra quasi stia per rispondere, ma si trattiene "E ho provato a starti vicino. Dio solo sa se ci ho provato. Ma tu… non volevi più nessuno. Ti eri quasi chiuso in casa, incolpandoti di qualcosa che non potevi evitare. Hai mai pensato che quel ragazzo sarebbe morto lo stesso?" Lei cerca di incrociare il suo sguardo, ma Peter guarda il tavolo senza dire nulla "Ma io l’avevo capito. Tu hai voluto rimanere nel tuo cono d’ombra, a piangerti addosso e ad incolparti di tutto. Sempre più facile che rialzarsi. E.. stavi portando nel tuo angolo buio anche me. Mi stavi togliendo ogni emozione. Io… non potevo, non VOLEVO arrivare dove sei arrivato tu. E tu… non hai fatto niente per evitare che io corressi i tuoi stessi rischi." Questa volta è il turno del detective, che risponde piano "Io non ti ho mai incolpato di avermi lasciato. Hai fatto la scelta migliore. Adesso riesco a sopravvivere… senza nessuno di cui preoccuparmi." si rimette il cappello in testa "Io ti ho dimenticato. Tutto quello che sei stata per me non c’è più." il tono è freddo e spietato "IO non sono più il ragazzo a cui ti eri affezionata. E’ ora che tu mi tolga dai tuoi pensieri, Mary Ann.". Si rialza in piedi, prendendo il fascicolo sul tavolo e infilandoselo nella tasca interna dell’impermeabile. "Addio" sono le ultime parola prima dell’uscita del detective dal bar e la sua scomparsa nelle nebbie esterne.
 
Nel mio sogno vedo dall’esterno Mary Ann che rimane al tavolo. Non so per quanto tempo. Sembra triste, vedo qualche lacrima solcargli il viso. Vedo le sue mani che si affrettano ad asciugarle, quindi la vedo alzarsi, pagare la cameriera ed uscire, allontanandosi lentamente. Ma non sono il solo ad aver visto tutto questo: da un vicolo poco lontano anche Peter è rimasto ad osservare tutta la scena.
 
*8 anni erano passati. 8 lunghi anni, ed il tempo non era riuscito ad aiutarlo. Lei era ancora nei suoi pensieri, e la colpa che sentiva nell’averla fatta soffrire era grande quanto la colpa per la morte di quel giovane tempo fa. Non aveva smesso di pensare a lei, e anche quando ormai il pensiero si era diradato… il solo vederla lo aveva sconvolto, come la prima volta che l’aveva vista. Come quando ancora faceva parte della sua vita. Non stare male nel vederla era stato durissimo, e sapere che continuava a farla soffrire era stato anche peggio. A tutto questa pensava, mentre prendeva dalla stessa tasca interna dell’impermeabile dove aveva messo il fascicolo arrotolato la bottiglia di vodka. Vodka, l’unico liquore che lo mandava direttamente all’incoscienza. Aveva bisogno di spegnere tutto, soffriva troppo…*
 
Infatti il detective apre il tappo e beve quasi con foga diversi sorsi di vodka. Chiude gli occhi, quasi avesse bevuto un liquido incandescente. E continua a bere, nonostante cominci a sentirsi male, mentre barcollando prende una delle strade e si allontana. In quel momento l’uomo del giornale smette di leggere (o di far finta). Chiude il giornale, quindi dalla tasca prende una specie di corda che stringe attorno alla mano destra… e comincia a seguire il detective.
 
Tempo fa, su un giornale gratutito (City) ho letto questa citazione che mi sembra perfetta per il momento. Ve la propongo:
"M’investe la nostalgia come un ciclone anomalo,/ l’ondata che devasta il lungomare./ Avevo eretto muri di pazienza,/ e la battaglia mi sembrava vinta." – Maria Luisa Spaziani
 
Alla prossima.
 
 
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